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Legambiente, 4 mila bombe all'iprite nel mare di Pesaro: "Rilasciano sostanze pericolose"

Legambiente MarcheSilenziosi e letali. Sono oltre 30mila gli ordigni inabissati nel sud del mare adriatico, di cui 4300 bombe all’iprite e 84 tonnellate di testate all’arsenico nel mare antistante Pesaro. Questi arsenali, prodotti dall’industria bellica italiana dagli anni ‘20 fino alla seconda guerra mondiale e coperti per anni dal Segreto di Stato, continuano a rilasciare pericolose sostante tossiche che da più di ottant’anni causano gravi danni all’ecosistema della Penisola e alla salute delle popolazioni locali.

“Un’eredità che nessuno vorrebbe trovarsi in dote – commentano Luigino Quarchioni e Enzo Frulla, rispettivamente presidente di Legambiente Marche e presidente del circolo Legambiente di Pesaro -. Una ferita aperta per tutto il territorio, non solo per l’impatto ambientale ma anche per il turismo e l’economia del pesarese e dell’intera Regione. Ci appelliamo quindi a tutte le istituzioni che hanno competenze in questo argomento affinché si proceda con la bonifica e il risanamento di quest’area”.

Legambiente, insieme al Coordinamento Nazionale Bonifica Armi Chimiche, ha fatto il punto della situazione con il dossier “Armi chimiche: Un’eredità ancora pericolosa”, presentato questa mattina a Roma. Nel corso del convegno è stata presentata una mappatura dei siti inquinati dagli ordigni della seconda guerra. “Si tratta di cimiteri chimici che rilasciano sostanze killer dannosissime come arsenico, iprite, lewsite, fosgene e difosgene, acido cloro solfonico e cloropicerina - ha spiegato Stefano Ciafani, vicepresidente di Legambiente - Per richiedere la bonifica di questi siti e per denunciare queste situazioni, è nato il Coordinamento Nazionale Bonifica Armi Chimiche, al quale ha aderito l’associazione. L’obiettivo – aggiunge - è di promuovere azioni per la difesa dell’ambiente e la protezione contro i rischi derivanti dall’esposizione a sostanze tossiche provenienti dalle armi chimiche e dalla mancata bonifica dei siti civili e militari a terra, nei laghi, nei fiumi e nel mare, in cui queste armi sono state fabbricate o abbandonate. Su questo ci aspettiamo un cambio di passo e un segnale di protagonismo e trasparenza da parte delle istituzioni, a partire dal Ministero della Difesa e dal Parlamento ”.

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