Mercoledì, 04 Aprile 2012 11:56 Visite: 1116

Il sangue della rapinatrice, la fuga dei complici, le lacrime del gioielliere, lo shock di una città. Una mattinata drammatica nel pieno centro di Monte Urano, in via dei Patrioti. Mancano pochi minuti alle 10 quando due persone, due uomini e una donna, si presentano all’interno della gioielleria Cifola. Armati di pistola, aggrediscono il titolare, Francesco Cifola, lo colpiscono col calcio dell’arma al capo, provocandogli una profonda ferita, lo legano mani e piedi e lo imbavagliano con del nastro adesivo. Lo liberano pochi istanti dopo, per farsi aprire la cassaforte con i gioielli. Ma nel frattempo è scattato l’allarme e sul posto arriva l’anziano padre dell’orefice, Duilio. Il figlio gli fa segno di allontanarsi, l’uomo intuisce che sta accadendo qualcosa di grave e inizia a tirare per impedire ai rapinatori di riaprire la porta ed uscire. Cede la maniglia esterna e Duilio Cifola cade all’indietro: seguono secondi concitati, i malviventi, distratti dall’anziano a terra, non si avvedono di Francesco, che riesce ad impugnare un revolver per difendere il genitore. Esplodono 4-5 colpi: saranno le indagini a chiarire quanti provenienti dall’arma del gioielliere e quanti da quella dei rapinatori. Un proiettile raggiunge la donna, 36 anni, D.R. le sue iniziali, residente a Fermo ma di origini napoletane, sul fianco destro. Stramazza al suolo, mentre i due complici, anche loro partenopei dall’accento, scappano a piedi lasciando gran parte della refurtiva all’interno del negozio.
Intervengono i militi della Croce Azzurra di S.Elpidio a Mare e Monte Urano, gli agenti della Polizia municipale, Carabinieri e Polizia. Per la donna non c’è nulla da fare. Toccante il momento dell’uscita in barella dal negozio, con un collare al collo, di Francesco Cifola. Visibilmente scosso, in lacrime, viene salutato dallo scrosciante applausi di almeno un centinaio di residenti raccolti lungo la strada: “Forza Francesco, coraggio! Sei un eroe!”.
Sul posto anche il sindaco monturanese Francesco Giacinti: “Ho parlato con Cifola, l’ho trovato profondamente scosso. Ho cercato di rassicurarlo. Lui ha temuto per la sicurezza sua e del padre più che per il negozio”. “Quanto hanno rubato non lo so. Io ho trovato la porta chiusa, ho suonato e ho visto due persone davanti alla porta, mio figlio mi ha fatto un segno, ma ho visto che gli usciva del sangue. Ho immaginato che se fossi entrato mi avrebbero chiuso dentro. Così tiravo la maniglia e lui spingeva. Ho tirato così forte che la maniglia si è staccata e sono caduto all’indietro. A quel punto si sono sentiti i colpi, non so quanto ne siano stati sparati. Mio figlio aveva il porto d’armi per sicurezza, perché purtroppo immaginavamo che prima o poi sarebbe potuta capitare una cosa del genere”.





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