Operazione ‘Fast print’, Finanza scopre maxi frode fiscale da 662 milioni di euro

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ASCOLI PICENO – Maxi frode fiscale da 662 milioni di euro. E' quanto scoperto dalla guardia di finanza di Ascoli Piceno nell'operazione denominata 'Fast Print', una delle indagini più impegnative mai affrontate sino ad oggi.

I finanzieri hanno individuato una massa impositiva sottratta all’Erario pari a 396 milioni di euro di ricavi, 109 milioni di euro a i fini dell’ I.R.A.P. ( Imposta Regionale sulle Attività Produttive ), 8,5 milioni di euro di costi indebitamente detratti, 1,5 milioni di euro di ritenute non operate e/o non versate , in aggiunta alle correlate violazioni all’I.V.A. per 147 milioni di euro.

Denunciate 87 persone per emissione e utilizzo di fatture per operazioni inesistenti per 484 milioni di euro, occultamento e distruzione di documentazione contabile, riciclaggio per 690 mila euro, impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita per 861 mila euro, contraffazione, alterazione o uso di segni distintivi di opere dell’ingegno o di prodotti industriali; introduzione nello Stato e commercio di prodotti con segni falsi, vendita di prodotti industriali con segni mendaci e ricettazione.

L'indagine è partita dal Piceno, su una partita di cartucce e toner che, oltre ad essere posta in vendita a prezzi concorrenziali, presentava delle differenze nei contenitori di plastica degli inchiostri, poi riconosciuti come contraffatti. Da due verifiche fiscali nei confronti di altrettante imprese locali, con meticolosi approfondimenti documentali e indagini finanziarie ed economico, i finanzieri sono risaliti dapprima alle società che risultavano aver solo cartolarmente rifornito alle imprese ascolane le cartucce e i toner di una nota marca e, in una seconda fase, alle società di tutta la filiera dedita alla commercializzazione , nell’intero territorio nazionale, delle cartucce e dei toner contraffatti.

La complessa ricostruzione degli scambi commerciali con le società cartiere dislocate a Roma e Milano ha riguardato numerosi Paesi quali Germania, Olanda, Romania, Estonia, Danimarca, Austria, Regno Unito, Ungheria, Cipro, Svizzera, Lussemburgo e Slovenia. I prodotti, giunti in Italia dai citati Paesi, venivano poi spediti direttamente ai reali acquirenti nazionali, senza mai entrare nella effettiva e materiale disponibilità delle società cartiere. Queste ultime, secondo le indagini, provvedevano solamente ad emettere le false fatture di vendita per “nazionalizzare” la merce, oggetto di importazione comunitaria , e creare il credito I . V . A . in capo agli effettivi acquirenti in base a simulate operazioni nazionali.

Per rendere più difficoltosa l’individuazione delle partite irregolari, tra le ditte di copertura e quelle destinatarie, erano state interposte altre imprese “ filtro”, aventi il solo compito di documentare le movimentazioni dei prodotti: registravano le fatture di comodo, emettendo poi analoghe fatture di vendita ( anch’esse false) a beneficio degli effettivi utilizzatori .

Le società coinvolte sono ben 78: 2 qualificate come  "cartiere” ed altre 76 attive nei settori del commercio di prodotti di consumo informatici, dislocate in mezza Italia: Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Umbria, Marche, Abruzzo, Campania, Puglia, Calabria e Sicilia.