L'Indiscreto Il Quotidiano Delle Marche

lunedì, 22 aprile 2019

Con Carlo Clapis alla scoperta degli arcieri di Civitanova

compagnia arcieri civitanovadi Mauro Torresi
CIVITANOVA – Il 2013 è stato un anno importante per la Compagnia Arcieri Civitanova.

Si è festeggiato il 30ennale dalla fondazione e, con lo sguardo rivolto avanti, è stato formato un centro giovanile. Il nuovo gruppo è composto da circa 8 atleti, maschi e femmine, con un età che va dai 9 ai 18 anni. Ad allenarli, i tecnici Alfredo Lattanzi e Marcello Caponi. Tutti tirano con l’arco olimpico, una specialità che potrà consentire loro, in futuro, di partecipare a competizioni di alto livello. L’Indiscreto ha assistito alla sessione di allenamenti di giovedì 19 dicembre, nella palestra indoor della Compagnia, nell’area ex-‘Cecchetti’, e ha intervistato Carlo Clapis, civitanovese di 18 anni da poco entrato nel gruppo giovanile. Clapis, seguito da Alfredo Lattanzi, ha iniziato a tirare con l’arco nel marzo del 2013, seguendo la passione dello zio arciere.

Quanta preparazione ci vuole per riuscire a colpire, almeno, il bordo del bersaglio? “All’inizio, ti fanno provare con bersagli vicini, distanti circa 5 metri. Con l’aumentare della mira, quindi mano a mano che le frecce si avvicinano al centro, il paglione (il supporto in paglia per il bersaglio, nda) viene allontanato. Dopo 3 mesi di allenamento, sono arrivato alla distanza attuale di 18 metri”.

Perché diventare arciere? “Per conoscere questo sport. Spesso le persone non lo considerano tale; è visto più come un passatempo. E’ vero che la freccia parte grazie allo strumento-arco, ma sei tu a controllarla. E’ una disciplina molto impegnativa e, allo stesso tempo, molto rilassante”.

Che genere di qualità dovrebbe avere chi tira con l’arco? “Bisogna avere pazienza negli allenamenti, perché il primo centro non arriva subito. Poi, c’è bisogno di molta concentrazione. Inoltre, la persona deve riconoscere i propri limiti: dopo un allenamento di un’ora e 30 minuti, difficilmente si manterrà la mira. Infine, è necessaria la precisione”.

L’arco richiama anche atmosfere del lontano passato, quando l’uomo lo usava per cacciare o per scopi bellici. Qualche sensazione legata a quel tipo di immaginario rimane ancora oggi, quando la corda è in tensione e la freccia sta per partire? “Credo di no. Nel momento in cui tiri, pensi solo a mantenere la posizione giusta. L’arco è un po’ ‘viziato’; non ama le persone agitate”.

Gli allenamenti sono impegnativi? “Dipende. Se si parte subito con obiettivi molto ambiziosi, l’arco non aiuta chi lo utilizza e si inizia a sbagliare. Invece, se l’atleta è rilassato e se riflette sui suoi movimenti, potrà tirare anche per due ore. Ovviamente, alla fine, la stanchezza fisica c’è sempre, soprattutto all’altezza della spalla”.

Con quale arco ti stai specializzando e, tra qualche anno, con quali vorresti tirare? “Preferirei continuare con l’attuale, quello olimpico, per come si tira. Ho a disposizione il mirino e lo stabilizzatore. Poi, sento bene la freccia, perché, con questa strumentazione, sono io a tenerla prima di lanciarla. Con l’arco nudo, ad esempio, l’arciere tiene la corda in tensione e non tocca la freccia prima di farla partire”.

Ad oggi, a quante gare hai partecipato? E quali sono i tuoi obiettivi? “Finora solo alla gara interregionale del 24 novembre 2013, nella palestra della scuola ‘Mestica’ di Civitanova. Vorrei continuare ad allenarmi per nuove competizioni, per aumentare la mia abilità”.

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