L'Indiscreto Il Quotidiano Delle Marche

martedì, 25 giugno 2019

Elezione Ordine avvocati, coazione a ripetere?

di Angelo Gattafoni
Circa cento anni fa Freud elaborò la teoria della “Coazione a ripetere”

che, detta in sintesi e rozzamente, sarebbe la costrizione a reiterare comportamenti indotti da situazioni passate, pur nella consapevolezza che siano sbagliati e che non corrispondano più alla realtà attuale. Ho fatto, anni fa, l’esperienza dell’Ordine Forense maceratese per esservi stato eletto sei volte e, quindi, mi sono reso conto dei meccanismi psicologici che si attivano nella circostanza dell’elezione. Per molto tempo si era consolidata la convinzione che fosse un premio alla carriera di quelli, tra gli avvocati che, per preparazione giuridica ed abilità forense, meritassero di far parte della rappresentanza istituzionale dell’avvocatura locale. Di fronte alla progressiva crisi della professione questa visione ha cominciato a declinare, ma è rimasto – ed è ancora significativo – l’aspetto dirimente dell’Ordine come Giudice dei procedimenti disciplinari contro gli iscritti. La scelta degli avvocati è stata prevalentemente indirizzata, quindi, verso i colleghi bonari, ecumenici, disponibili come ritenuti più adatti a giudicarli. Poiché questi meccanismi mentali permangono a lungo, le scelte continuano a determinarsi sulla base di quei criteri, anche se la funzione disciplinare – con la recente riforma della legge professionale – non è più attribuita all’Ordine di appartenenza, ma ad un Organismo regionale che, peraltro, è stato già insediato da qualche tempo in sede distrettuale. Ovviamente non voglio dire che disponibilità e moderatezza siano qualità da disprezzare. Tutt’altro; ma nell’attualità l’avvocatura avrebbe bisogno anche di personalità reattive, consapevoli del dramma che vive la professione e con una dose consistente di lungimiranza ed intransigenza nel tutelare la categoria nei confronti di chi la vuole affossare. Peraltro, a riprova della qualità dell’avvocatura maceratese, ai vertici di due dei tre organismi nazionali di rappresentanza figurano da lungo tempo l’avv. Ubaldo Perfetti, vice Presidente del Consiglio Nazionale Forense e, da epoca più recente, l’avv. Carlo Binni, delegato alla Cassa Forense. Essi, che dovrebbero ormai essere consapevoli che la designazione in tali prestigiose Istituzioni non è un premio alla carriera, ma un mandato per tutelare gli interessi di tutta l’avvocatura, sono chiamati anche a dare il loro fattivo contributo per cercare di risolvere problemi endemici ed annosi; in particolare la deriva scandalosa della durata biblica dei processi. Le cause civili pendenti in Italia, alla data del 30 giugno 2014, sono 4. 898.745. Un numero impressionante che si traduce in durate medie inaccettabili nei singoli processi. Questo dato, reso pubblico nella recente inaugurazione dell’anno giudiziario, se confrontato con quello dell’anno precedente, potrebbe trarre in inganno sulla tendenza del numero delle cause pendenti perché evidenzia un calo del 6,7 %. Il positivo risultato, purtroppo non può essere ascritto a merito del Legislatore, perché non risulta che le recenti normative sulle definizioni mediante procedure conciliative abbiano avuto un successo massiccio e, del resto, non avrebbero potuto in un lasso di tempo breve avere una significativa incidenza. In realtà la riduzione delle pendenze, lungi dal dimostrare un riscontro positivo agli interventi legislativi, evidenzia un aspetto di notevole gravità . Infatti sono i continui ed ingiustificati aumenti dei costi per l’accesso alla Giustizia che hanno avuto l’effetto di impedire ai cittadini comuni il ricorso al Giudice, riservato solo a quelli che se lo possono permettere. Il meccanismo dell’aumento dei costi per ridurre il contenzioso contraddice clamorosamente la norma costituzionale sull’accesso alla Giustizia, rivelandosi una ferita significativa alla Democrazia.

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