L'Indiscreto Il Quotidiano Delle Marche

giovedì, 18 luglio 2019

Detenzione personale di cannabis: una nuova eclatante sentenza

La recente sentenza per la quale un imputato trovato in possesso di una dose di droga superiore a quella legalmente consentita è stato assolto perché la stessa quantità è stata ritenuta “uso personale”, mette ancora una volta in discussione l’efficacia dell’attuale legislazione italiana sulla droga.

Il riferimento immediato è la legge n. 49 del 21 febbraio 2006, promulgata dai ministri Fini e Giovanardi; essa equipara de iure droghe pesanti e leggere, prevedendo lo stesso tipo di pena in caso di detenzione di queste sostanze. La stessa legge stabilisce i criteri secondo i quali il consumo di droghe sia da ritenersi uso personale; si fa riferimento, in primis, alla quantità massima consentita, indicata in una tabella strutturata sotto la supervisione del Ministero della Sanità.

La sentenza a cui si accennava riguarda il caso di un tossicodipendente trovato in possesso di 40 dosi di sostanze stupefacenti, una quantità nettamente superiore rispetto a quella legalmente consentita per uso personale. L’uomo era stato condannato in precedenza dal tribunale territoriale per detenzione ai fini di spaccio; il tribunale aveva ritenuto che la quantità di droga posseduta dall’imputato non fosse solo per uso personale, vista anche la scarsa qualità. Ad ogni modo, l’uomo è stato successivamente giudicato innocente, in quanto i magistrati della Corte di Cassazione hanno ritenuto incogruenti le conclusioni dei giudici territoriali.

La Fini-Giovanardi, infatti, nel giudicare l’uso personale, introduce ulteriori parametri, chiamati “circostanze di azione”, che non hanno nulla a che vedere con la dose posseduta; una di queste circostanze consiste nell’essere trovati in possesso di grandi somme di denaro al momento della perquisizione.

Un secondo parametro di valutazione è la “modalità di presentazione della sostanza”; l’imputato in questione, come sottolinea l’avvocato della difesa, non è stato trovato in possesso del bilancino e di strumenti che attestassero la sua intenzione di spacciare la sostanza, che conservava nel portafogli e nelle tasche. Durante la successiva perquisizione del suo domicilio, l’uomo ha, inoltre, consegnato spontaneamente la droga che possedeva. Per dimostrare l’uso personale, egli ha anche dichiarato di essere tossicodipendente da più di vent’anni, come dimostra un documento del SERT in suo possesso.

L’attenzione va posta, infine, su un altro aspetto della sentenza della Cassazione, ovvero il fatto che, ai fini di giudicare l’innocenza dell’imputato, sia stata considerata anche l’incongruenza per la quale l’acquisto di sostanze stupefacenti di scarsa qualità non potesse essere destinata all’uso personale e che questo sarebbe anche incompatibile con il benessere economico di cui godrebbe l’uomo. La Corte Suprema sostiene, appunto, che la scarsa qualità della droga è un informazione che si riceve post-acquisto e quindi non imputabile al processato.

A quanto pare, dunque, la distinzione tra uso e spaccio è, in buona sostanza, lasciata alla discrezionalità dei giudici, piuttosto che a criteri certi e oggettivi, lasciando spazio a tutte le conseguenze che da questa arbitrarietà derivano. La struttura delle legge italiana sulla droga penalizza quindi, oltre ai consumatori “a scopo ricreativo”, anche il numero crescente di coloro che utilizzano la cannabis a scopi curativi. Gli usi medici della cannabis sono conosciuti in tutto il mondo, tanto che sono state create delle specifiche varietà di marijuana terapeutica come queste, che vengono distribuite nei dispensari medici, al fine di curare differenti tipi di patologie e di problematiche legate alla salute fisica e mentale.

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