L'Indiscreto Il Quotidiano Delle Marche

venerdì, 22 novembre 2019

Bologna. 2 agosto 1980. Ore 10.25. Bisogna ricordare, e bisogna continuare

Parlare della strage alla stazione di Bologna sarebbe molto semplice, se ci sia attenesse ai fatti. E i fatti sono lineari: qualcuno ha posizionato una bomba di 25 chili di esplosivo nella sala d’aspetto della stazione, la bomba è esplosa alle 10.25 del mattino di sabato 2 agosto 1980 e ha ucciso 85 persone ferendone gravemente altre 217. Ecco qui. Il resto, tutto quello che è accaduto dopo quello scoppio, non segue più un andamento lineare: depistaggi, processi, appelli, silenzi. E una sentenza definitiva, pronunciata il 23 novembre 1995, che ha condannato all’ergastolo quelli che vennero considerati gli esecutori materiali. Sui mandanti e sul perché quella strage fu ideata e compiuta, non c’è ancora alcuna certezza. Sono passati trentuno anni. Sono state scritte oltre seicentomila pagine processuali. Innumerevoli altre sono quelle della carta stampata e della letteratura prodotta in questi tre decenni di ricerche. Perché bisogna cercare ancora la verità, quella che le carte dei processi e le sentenze definitive non hanno stabilito per intero. Perché non si può mettere un punto o la parola fine su una strage del genere: bisogna ricordare, e bisogna continuare. “ Bologna ricorda” è la frase dello striscione alla testa del corteo che tutti gli anni, dal 1981, percorre via Indipendenza fino ad arrivare in Piazza delle Medaglie d'oro, quella antistante la stazione. Quella che il 2 agosto 1980 si trasformò in un deserto di cadaveri, macerie, brandelli di corpi. “ Cominciammo a scavare sotto i detriti, a mani nude, e a togliere i vetri per liberare un corpo che sentivamo nostro. Eravamo tutti tagliati, tutte le mani insanguinate, ma continuavamo a scavare in fretta e a togliere le pietre, io e mio cognato. A un tratto sentimmo una voce, che non scorderò finché vivo: chiedeva aiuto. Alzai gli occhi e, tra le lamiere contorte di un treno, vidi due- tre persone infilate là in mezzo, agonizzanti.” ( da “ I silenzi degli innocenti” di G. Fasanella – A. Grippo, BUR). La potenza dell'esplosivo sventra la sala d'aspetto, provoca il crollo delle strutture sovrastanti e della pensilina, investe anche due vetture del treno Ancona- Chiasso in sosta sul primo binario. E polverizza. C'è un corpo, quello di Maria Fresu – 24 anni, madre della vittima più giovane della strage, Angela Fresu, di 3 anni- che non è mai stato ritrovato, perché Maria Fresu è stata completamente disintegrata dall'esplosione. Polverizzata. Alcuni minuscoli resti vennero identificati come appartenenti alla giovane donna soltanto in dicembre. La vittima più anziana invece è Antonio Montanari, di 86 anni, che al momento dello scoppio si trovava sul marciapiedi davanti alla stazione in attesa dell'autobus. Quella mattina a Bologna c'era gente da tutta Italia: da Palermo, Firenze, Terni, Bolzano, Reggio Calabria, e c'erano anche francesi, inglesi, tedeschi, un giovane giapponese di 20 anni. La reazione dei cittadini bolognesi fu immediata: chiunque era lì nei pressi si mise subito all’opera per attivare la macchina dei soccorsi. Uno dei simboli di questa pronta risposta fu l’autobus numero 37, che per 15 ore continue fece il tragitto dalla stazione all’obitorio dell’ospedale, trasportando corpi senza vita o quel che rimaneva di essi. Il processo e le indagini furono difficoltosi, intricati, costantemente intralciati da depistaggi per i quali vennero condannati con sentenza definitiva Licio Gelli (Maestro Venerabile della P2), Pietro Musumeci ( generale del SISMI), Francesco Pazienza e Giuseppe Belmonte ( entrambi ex ufficiali del SISMI). Dopo le indagini preliminari e dopo aver acquisito un’ ampissima documentazione, gli inquirenti inseriscono la strage di Bologna nell’ambito di una complessa strategia terroristica maturata all’interno della destra eversiva, che aveva precedenti in numerosi altri attentati dinamitardi verificatisi in Italia a partire dal 1972. Dopo lo scioglimento, nel 1973, di “Ordine Nuovo” e, nel 1976, di “ Avanguardia Nazionale” si delinea infatti una nuova struttura eversiva nella quale confluirono elementi provenienti dai disciolti movimenti ( personaggi ambigui del calibro di Paolo Signorelli, Stefano Delle Chiaie, Adriano Tilgher, soltanto per citarne alcuni). A questi elementi si attribuì “ il conseguimento di un duplice scopo: quello primario di sovvertire gli equilibri politici espressi nelle forme previste dalla Costituzione e quindi di consolidare tutte le forze ostili alla democrazia e quello, secondario e strumentale un tempo, di favorire gli autori di eventuali o possibili imprese terroristiche, se queste imprese si fossero armonizzate con quella primaria ed irrinunciabile finalità” ( dalla Sentenza del 23/11/1995). La targa commemorativa che è nella sala d’attesa della stazione di Bologna ricorda proprio la natura dell’attentato, in memoria delle 85 “ vittime del terrorismo fascista”. Ieri, nel trentunesimo anniversario della strage, Bologna si è raccolta ed unita nel ricordo drammatico di uno dei fatti più violenti e scuri della storia della nostra Repubblica. L'associazione dei familiari delle vittime, presieduta da Paolo Bolognesi, da trentuno anni lotta per arrivare a conoscere i mandanti della strage, ancora ignoti, forse ancora protetti. Perché l'idea che si ha, guardando da una giusta distanza tutta la vicenda, è proprio questa: che ci sia un interesse – una “sragione di stato”, come la definisce Riccardo Bocca nel suo libro inchiesta- ad occultare la verità e a proteggere i mandanti. I pezzi mancanti che potrebbero aiutare a ricostruire e a capire meglio i fatti, forse si trovano celati tra le carte tuttora protette dal vincolo del segreto di Stato. La strage di Bologna è un stata un'interruzione della linearità nella democrazia italiana, già fragile per nascita. È una macchia di sangue che continua ad allargarsi, lentamente, tra le generazioni: quella dei miei genitori, i trentenni di ieri, e la mia, quella dei trentenni di oggi. Bologna ci appartiene, ci riguarda tutti, tutti dobbiamo non dimenticare.

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