L'Indiscreto Il Quotidiano Delle Marche

lunedì, 15 luglio 2019

Punto di vista. Il futuro incerto dell'Italia e quell'uomo della provvidenza sempre in agguato

di Luciano Izzo Una pagina vuota. E’ ciò che mi ritrovo a fissare per un lungo minuto prima di riuscire a trovare le parole per questo editoriale. Ma una pagina vuota è anche ciò che mi sembra di vedere davanti agli italiani in questo momento – è il caso di dirlo – storico. E, per una volta, parlando di italiani ricomprendo tutti: donne e uomini, politici e comuni cittadini, giovani e anziani.Non so se anche in Italia ci sarà il cosiddetto “default”, l’insolvenza. L’economia è materia su cui altri meglio di me sapranno imbastire spiegazioni. Ma dal canto mio non ho dubbi nell’affermare che il rischio di insolvenza lo corriamo non solo nei confronti dei mercati, ma anche del futuro della nostra democrazia. Il “mercato delle idee”, se così possiamo chiamare l’insieme delle prospettive degli italiani per il domani, è in stagnazione. E’, appunto, come una pagina vuota, un foglio cupamente bianco. Eppure, da qualche parte prima o poi bisognerà per forza andare a parare per riempirlo, come sto facendo io ora. Il punto è, allora, dov’è che si andrà a parare.

 

Il Governo si sta affidando a una vecchia ricetta: cementare i pilastri dell’economia impastandoli con una manovra “lacrime e sangue”. In pratica, si tratta di ridare credibilità ai titoli italiani e così favorire gli investimenti nel nostro Paese. L’ingrediente che segue nella lista è un altro classico: fornire una stampella all’economia fintanto che questa non è di nuovo capace di camminare sulle sue gambe. Ma quella del “capitalismo ospedalizzato” è un’idea attempata e – quel che è peggio – da sempre messa in atto malamente.

D’altronde, imbandire la mensa del ricco affinché le briciole che cadono dal tavolo arrivino al povero potrà forse sfamare quest’ultimo, ma non riuscirà a saziarlo, e comunque in bocca il retrogusto sarebbe amaro e il risentimento sociale risulterebbe altissimo. A ciò va aggiunto un particolare non trascurabile. La manovra andrebbe a tagliare (ancora) sul welfare senza colpo ferire né, simbolicamente, ai costi della politica centrale, né, concretamente, all’evasione fiscale. Ad una simile manovra, in pratica, mancherebbe solo la controfirma dello sceriffo di Nottingham.

Di tutta questa vicenda, però, l’aspetto che più mi provoca costernazione è un altro. Quella del Governo è una brutta idea, ma è l’unica ad oggi messa in campo. L’opposizione, che dovrebbe essere la fucina delle proposte alternative, molto italicamente borbotta e temporeggia, ma quanto a progetti concreti fa spallucce. E purtroppo le condizioni nella cosiddetta società civile, ormai contesa fra i colori e i toni di una politica che – partitocrazia o meno – si è ridotta a calcio-spettacolo, non sono di troppo migliori.

In questi anni, trascorsi nel segno di Berlusconi, si è spesso paventato il regime. Oggi, allo scadere del ventennio, si parla della prossima caduta di un “duce”. A me, però, questo frangente più che la fine del fascismo ricorda tanto la concitazione dell’inizio. Non è assurdo temere che gli italiani, notoriamente così bravi a gestire male il potere che hanno, ripongano ancora una volta le loro speranze in un rassicurante factotum, in un uomo della provvidenza. Di simili personaggi, francamente, non ne sento il bisogno. E prego perché agli italiani – e mi rivolgo a voi, lettori – non gliene salti in mente il desiderio.

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