L'Indiscreto Il Quotidiano Delle Marche

martedì, 16 luglio 2019

Anna Maria Greco, cronistoria di una perquisizione

Il 27 gennaio Il Giornale pubblica l'articolo “La doppia morale della Boccassini” a firma della cronista Anna Maria Greco. A seguito di questa pubblicazione esplode il “caso Brigandì”. Per capire chi è Matteo Brigandì e cosa leghi il suo nome all'articolo della Greco, occorre fare un salto indietro nel tempo. É il 1982 e Ilda Boccassini viene denunciata dai suoi superiori per condotta ritenuta poco confacente al suo ruolo: era stata vista in atteggiamenti amorosi – uno scambio di baci- con un giornalista di Lotta Continua. La Boccassini si difese appellandosi alla tutela della sfera personale e il Csm valutò che non costituiva illecito disciplinare avere un fidanzato e baciarlo, così la assolse dalle accuse. Fascicolo archiviato. Trent'anni dopo: è il 14 gennaio 2011 e scoppia il “caso Ruby”. Matteo Brigandì – membro laico del Csm in quota leghista- si ricorda della vecchia vicenda contro la pm attualmente alla guida del pool d'inchiesta proprio sul “caso Ruby” e ne chiede alla sezione disciplinare del Consiglio il fascicolo: il regolamento interno del Csm lo consente ma vieta altresì la divulgazione delle carte riservate. Questione di qualche giorno ed esce il pezzo della Greco sul Giornale: ecco la relazione tra i due.

Matteo Brigandì viene indagato per abuso d'ufficio e il suo studio viene posto sotto sigilli ( è stato dissequestrato nelle recenti ore). "Non ho divulgato le carte in alcun modo. Né ho parlato con nessuno di quanto vi avevo letto. Sfido chiunque a dimostrare il contrario", si difende il consigliere. A subire la perquisizione è anche Anna Maria Greco. Su mandato del pm Silvia Sereni, alle nove di mattina di martedì scorso i Carabinieri si presentano nell'abitazione romana della giornalista, alla quale portano via il computer personale (prelevano anche quello del figlio). Successivamente gli stessi carabinieri, alla ricerca dell'oggetto del reato - ovvero le carte riservate del Csm- perquisiscono la sede romana de Il Giornale prelevando, anche qui, il computer di lavoro della giornalista.

Il 2 febbraio, la Greco denuncia dalle pagine del Giornale la perquisizione subita: "A un certo punto, mi hanno detto che dovevano fare anche la perquisizione “personale”" racconta la cronista, che prosegue scrivendo di essere stata portata in bagno da una donna carabiniere che l'ha invitata a denudarsi per il controllo. A questo racconto replica nell'immediato il procuratore di Roma Giovanni Ferrara, precisando che la perquisizione è avvenuta "nel pieno rispetto delle regole imposte dal codice, in particolare della dignità e del pudore" e che non c'è stato alcun contatto fisico, cosa che comunque la Greco non aveva denunciato. Ferrara ricorda inoltre che l'indagine è "iniziata a seguito di denuncia proveniente dal Csm, nella quale venivano rappresentate, tra l'altro, ragioni di urgenza per assicurare l'acquisizione di prove reperibili anche all'interno del Csm". "A me quel che è successo è sembrato un sopruso, un provvedimento abnorme, gratuito e intimidatorio. [...] Con questo non voglio dire che i carabinieri siano andati oltre i loro ordini, che abbiano compiuto abusi, siano stati scorretti o brutali. Erano anzi gentili, ma la pesantezza delle loro azioni stava nella sostanza". Dimostrazioni di solidarietà nei confronti della Greco sono giunte da colleghi ed esponenti politici in maniera unanime e senza distinzioni di appartenenza.

Una riflessione conclusiva sull'accaduto ce la suggerisce la stessa Greco: "è normale e “secondo le regole” che una giornalista venga costretta a rimanere nuda di fronte a un’esponente delle forze dell’ordine, senza nemmeno essere indagata?". Se mai sarà stabilito il reato di abuso d'ufficio da parte di Brigandì, bisognerebbe capire quali intenzioni siano state alla base del suo gesto e come quelle carte segrete siano arrivate nelle mani della Greco.

Ci si può domandare se non sarebbe stato più opportuno, da parte della giornalista, informarsi prima sulla provenienza di tali carte, o se abbia agito comunque nel giusto pubblicandole, in nome della libertà di informazione? “Ogni attività della magistratura – e dunque anche quella della procura della Repubblica di Milano – in un ordinamento democratico è soggetta alla valutazione e alla critica della libera stampa; le campagne di denigrazione e l’attacco personale ai magistrati si qualificano da soli e in un sistema di civile convivenza devono essere un problema per chi ne è autore e non per chi ne è vittima” dice Edmondo Bruti Liberati, procuratore di Milano. Parole che ispirano un'altra riflessione in mericto: l'antica vicenda sulla Boccassini può essere equiparata a ciò che sta uscendo fuori dalle indagini in corso sul nostro Presidente del Consiglio, o è più ragionevole fare delle distinzioni?

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