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giovedì, 18 luglio 2019

Marche, 578 lavoratrici nel 2010 hanno lasciato il lavoro alla nascita di un figlio

Ogni anno anche nella nostra regione, tantissime donne lasciano il lavoro alla nascita di un figlio. Secondo i dati forniti dalla Direzione Regionale del Lavoro e rielaborati dalla CGIL Marche, nel 2010, 578 lavoratrici si sono dimesse “volontariamente” nel primo anno di vita del bambino andando a convalidare le proprie dimissioni alla Direzione Provinciale del Lavoro. Ad esse si aggiungono le mamme lavoratrici che si dimettono dopo i 12 mesi di vita del bambino, non tenute alla convalida alla DPL, difficili da quantificare. Per non parlare delle tante lavoratrici precarie per le quali la maternità significa spesso la perdita di ogni speranza di rinnovo del contratto.

Un fenomeno quello delle dimissioni che torna a crescere rispetto all’anno precedente quando le dimissioni sono state 552 (+4,7%). In ogni caso, il fenomeno è di dimensioni tali da destare forti preoccupazioni: è come se ogni anno una grande impresa scomparisse nel nulla. Si tratta di dati preoccupanti soprattutto in questo momento di crisi economica e occupazionale che penalizza particolarmente le donne. Infatti, anche nella nostra regione permane una situazione di forte incertezza nel mercato del lavoro: secondo i dati dell’Istat, nei primi 9 mesi del 2010 cala l’occupazione femminile in particolare il numero delle lavoratrici dipendenti, sia nell’industria che nei servizi. Diminuiscono il tasso di occupazione e quello di attività femminile, mentre aumenta la disoccupazione e lo scoraggiamento nella ricerca del lavoro.

Nelle Marche, nei primi 9 mesi del 2010, a seguito di crisi aziendali, sono state licenziate e iscritte nelle liste di mobilità 3.681 donne, pari al 44,7% del totale. Una crisi che non risparmia le donne e che accresce le disuguaglianze e la precarietà. Ma chi sono le lavoratrici che lasciano il lavoro alla nascita di un figlio, soprattutto in questo momento nel quale un posto di lavoro è tanto prezioso? Quali sono le ragioni che le portano a questa scelta di rinunciare a uno stipendio proprio nel momento in cui ce n’è più bisogno? Ma è veramente una libera scelta? Età. La maggior parte delle donne è abbastanza giovane: il 62,1% di loro ha un’età compresa tra 26 e 35 anni e il 13,1% ha dai 19 ai 25 anni. Figli. La maggior parte delle lavoratrici ha almeno un figlio o comunque presenta le dimissioni dopo la nascita del primo bambino (58,8%); significativo anche il numero delle donne che hanno due figli (32,0%) o più (6,4%).

Più limitato il numero di coloro che lasciano il lavoro durante la gravidanza (2,8%). Anzianità lavorativa. Le donne che lasciano il lavoro hanno generalmente una breve anzianità lavorativa: oltre il 90% di loro ha un’anzianità inferiore a 10 anni di cui la metà inferiore a 3 anni. Dimensione aziendale. Le imprese dalle quali le lavoratrici provengono sono prevalentemente di piccole e piccolissime dimensioni, quasi sempre non sindacalizzate e dove è maggiore il senso di isolamento e la solitudine della lavoratrice: i due terzi delle aziende che le donne lasciano quando nasce un figlio ha meno di 15 dipendenti (68,7%)e il 19,9% ha tra 16 e 50 dipendenti. Settore produttivo. Le donne dimissionarie provengono principalmente dai settori del commercio (24,9%) e dell’industria (23,0%), seguiti dai settori del credito e assicurazioni (2,8%) e dall’agricoltura (1,4%); per un significativo numero di lavoratrici non viene specificato il settore produttivo di provenienza. Motivazioni.

Tra i motivi della scelta di lasciare il posto di lavoro prevalgono le difficoltà connesse alla presenza, agli orari e ai costi e ai servizi: per la maggior parte delle donne la mancanza di posti nell’asilo nido, o comunque il mancato accoglimento del neonato al nido, rende incompatibile l’occupazione lavorativa e l’assistenza al bambino (27,5%). Di poco inferiore la percentuale di coloro che lasciano il lavoro non potendo contare sull’assistenza al neonato neanche da parte di una rete parentale di supporto (26,3%). Significativo anche il numero delle donne che lascia il lavoro a causa degli elevati costi dei servizi di assistenza al bambino per asili nido, baby sitter, ecc. (8,7%) o per la mancata concessione del part time da parte dell’azienda (6,2%).

L’8,1% delle lavoratrici si dimette per passare ad altra azienda. Ma poi c’è un 23,2% di donne che lascia il lavoro per “altre ragioni” non specificate: può trattarsi del desiderio di dedicarsi interamente alla famiglia e in particolare alla cura dei figli ma possono essere anche di ragioni connesse a difficoltà sul posto di lavoro (clima relazionale teso, pressioni psicologiche, attribuzione di mansioni inferiori, ecc.). Dietro a questi numeri ci sono tante storie diverse, fatte di difficoltà e di speranze, di desiderio di maternità ma anche di rinuncia a esprimersi nel lavoro, di difficoltà di conciliare la propria vita lavorativa con quella familiare. Donne reali, molto diverse dall’avvilente e indegna rappresentazione mediatica quotidiana. Donne che scelgono di rinunciare a un lavoro, a un reddito, a una professionalità nonostante la grave crisi che sta attanagliando il Paese e la disoccupazione femminile crescente.

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