L'Indiscreto Il Quotidiano Delle Marche

mercoledì, 23 ottobre 2019

CNA, Imprese sempre più strozzate. Con la nuova IMU potrebbe aumentare ancora la pressione fiscale

Con l’attuale Ici un’impresa paga, ad esempio, negozi e botteghe 477 euro. Che salirebbero a 866 con la nuova Imu all’aliquota base del 7,6 per mille. Che salirebbero ancora a 1.208 euro con l’aumento del 3,0 per mille della stessa Imu che può essere applicato dai Comuni. Che potrebbero invece scendere a 524 grazie all’ipotesi della riduzione del 3,0 per mille a cui i Comuni potrebbero far ricorso perché permesso dalla norma. E’ solo un esempio, ma spiega in maniera chiara ed inequivocabile qual è lo scenario in cui il nuovo testo del decreto sul federalismo municipale colloca le imprese. “Stiamo correndo un grande rischio – spiega Otello Gregorini, direttore della Cna provinciale di Ancona – perché il passaggio dall’attuale aliquota Ici, pari in media al 6,49 per mille, alla nuova Imu con aliquota base del 7,6 per mille, rischia di far aumentare la pressione fiscale sulle imprese”. Inoltre, grazie all’autonomia concessa ai Comuni, l’aliquota dell’Imu potrebbe addirittura essere incrementata sino al 10,6 per mille e ciò comporterebbe un aggravio fiscale sugli immobili strumentali posseduti dalle imprese, che in rarissimi casi potrà essere sostenuto”. “A livello di singola impresa – continua Gregorini – l’aggravio di imposizione rischia di superare alcune migliaia di euro annue in base al Comune nel quale è collocata l’impresa stessa. Si tratterebbe davvero di un pesante aumento per il sistema delle imprese già gravato da una pressione fiscale più elevata rispetto alla media europea”. Dalle stime effettuate emerge che, considerando tutti gli immobili adibiti ad attività produttiva (immobili adibiti ad ufficio, negozi e botteghe, magazzini, laboratori per arti e mestieri, opifici, alberghi e pensioni, teatri, fabbricati industriali e commerciali), l’incremento dell’imposizione ad aliquota del 7,6 per mille sarebbe a livello nazionale pari a 812 milioni di euro. “Il federalismo fiscale che ci piace – conclude Gregorini – è quello che favorisce la progressiva riduzione della spesa pubblica locale improduttiva e che determina un meccanismo virtuoso in grado di abbassare la pressione fiscale sulle imprese. Ci aspettiamo quindi modifiche al decreto, altrimenti saremmo costretti a chiedere ai Comuni, le cui casse già languono tristemente, di ridurre, nell’ambito della propria autonomia tributaria, come permette la norma, l’aliquota base dello 0,3 per mille”.

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