L'Indiscreto Il Quotidiano Delle Marche

lunedì, 14 ottobre 2019

"Il contratto - gente di talento". Ma il lavoro è un reality show?

“Il contratto- gente di talento” non è un reality né un quiz, non ci sono concorrenti né premi in palio, ma ci sono un'azienda, un posto di lavoro e tre candidati superdotati (nel senso dei requisiti richiesti, sia chiaro). Così spiega Sabrina Nobile, ex Iena di Italia1, nello spot di lancio del nuovo programma di La7 andato in onda martedì sera per la prima volta. Si tratta di “social entertainment”: cosa sia esattamente il “social entertainment” non è dato sapere, neanche il dizionario bilingue inglese- italiano è riuscito a far chiarezza. L'immediata traduzione sarebbe “intrattenimento sociale”, prendiamola per buona. In studio ci sono gli ospiti fissi del programma: una counsellor filosofica, una coach motivazionale, un headhunter aziendale e un “giovane” professore di Diritto del lavoro. Il bilingue suggerisce queste traduzioni: “consulente” filosofica,“allenatore” motivazionale, “cacciatore di teste” aziendale. Prendiamo per buoni anche questi.

Poi ci sono i veri protagonisti del programma: i tre candidati. Nella prima puntata sono una donna e due uomini, tutti over- trenta- quasi- quaranta. Le telecamere li hanno seguiti passo passo per tutto il periodo dello stage - una settimana- svolto presso l'azienda che, alla fine, assumerà soltanto uno di loro. Il programma si dipana tra lezioni di formazione, inverosimili cene coi colleghi, prove e simulazioni varie (tra cui un regressivo momento “ Art Attack” con pongo e pennarelli). Il tutto alternato a momenti di dibattito sul mondo del lavoro, sui pregi e difetti dei pretendenti, sulle difficoltà dell'essere disoccupato e manco più tanto giovane nell'Italia di oggi. “Laurearsi presto, laurearsi giovani” consiglia il professore, perché a trent'anni e passa è molto più complicato entrare nel mercato del lavoro. Questo è vero. È vero perché, ad esempio, fino a 29 anni uno può sperare in un contratto di apprendistato, per sua natura vantaggioso, ma solo per le aziende, in termini di retribuzione e contributi da versare ( ecco perché gli annunci affissi nei negozi specificano il limite massimo di età- tra l'altro, di molto inferiore ai 29 anni, in genere si richiede il “max 24”).

Dopo due ore di trasmissione, arriva il verdetto dell'azienda - giuria che premia come vincitrice del contratto a tempo - udite udite - in-de-ter-mi-na-to, la candidata donna. I due silurati incassano la sconfitta e ingoiano il rospo; magari si ripresenteranno ai casting per la prossima serie del programma. Non voglio fare l'Aldo Grasso de noantri e non lo farò,  ma in generale nel massimo rispetto di chi lavora e segue questi porgrammi, permettetemi di dire che  “il contratto” è anche la definitiva spettacolarizzazione delle vicende umane. Definitiva ed inevitabile, forse: dal concepimento alla nascita, dall'adolescenza al matrimonio, anche il posto di lavoro è diventato carne da macello televisivo al quale non si sfugge. Ma il lavoro non è un intrattenimento sociale, il lavoro è un diritto costituzionale. E un contratto di lavoro a tempo indeterminato non dovrebbe essere una chimera o un grosso colpo di fortuna: dovrebbe tornare ad essere un diritto anch'esso, dovrebbe essere garantito a chiunque dimostri di meritarselo per titolo, per competenze, per impegno.

Mascherare una realtà lavorativa che è di fatto precaria per gran parte della mia generazione, me compresa, indorando la pillola con giocosa finzione è alquanto triste. Nel mare mosso in cui navigano disoccupati, neo laureati, licenziati, non c'è posto per le cene cheek to cheek tra stagisti e dirigenti, o per il consulente delle Risorse Umane interessato a conoscerti meglio, né c'è posto per i master e le specializzazioni che nel frattempo hai conseguito. Ai colloqui non chiedono quali sogni hai per il futuro, chiedono se sei disposto a fare qualche ora in più “se necessario” e lo chiedono perché non lo troverai scritto da nessuna parte del tuo contratto a progetto di sei mesi. Sempre più spesso l'unico requisito richiesto è la disponibilità: ad accettare condizioni contrattuali limitanti, a svolgere lavori lontani anni luce dal percorso formativo avuto, ad accontentarsi di un frattempo traballante che può durare anni.

Il lavoro è una cosa seria, va rispettato e tutelato e non può diventare, a mio avviso,  un servizio delegato alla televisione. Le politiche del lavoro sono, insieme a quelle economiche, il vero banco di prova di un buon governo: se fallisce in questo, fallisce in tutto. Garantire opportunità lavorative è quindi primaria responsabilità di ogni paese democratico, è il fondamento del nostro Paese, è il riconoscimento dell'identità di cittadini. “Voglio ciò che mi spetta, lo voglio perché è mio, m'aspetta”, recitava una canzone di qualche tempo fa. Ecco, è semplicemente questo quel che vogliamo: ciò che ci spetta.

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