Nel paese dove Pasolini imparò a chiamare “madre” una lingua minoritaria, torna un laboratorio che non fa nostalgia ma futuro. Tra cortili, binari e campi di mais, l’idea di una scuola piccola e libera riprende fiato e chiama a raccolta chi crede nel potere delle parole che nascono da un luogo.
A Casarsa della Delizia, in provincia di Pordenone, il tempo scorre piano. Non è un fermarsi, è un tenere memoria. Qui, nel 1945, Pier Paolo Pasolini fondò l’Academiuta di lenga furlana. Mise attorno a sé ragazzi curiosi. Provò a far suonare il friulano come una lingua di oggi, non solo di casa. Fece scuola senza cattedra. Creò un laboratorio che univa poesia, ascolto e territorio.
Quella scelta ha ancora peso. La lingua friulana, riconosciuta e tutelata dalla legge 482/1999, vive grazie a chi la usa, la insegna, la interpreta. Non è folclore. È biografia collettiva. Sono voci. Sono gesti. Sono nomi. In Friuli Venezia Giulia la parlano in tanti, centinaia di migliaia di persone, anche se i numeri oscillano e cambiano con le generazioni. La tenuta di una lingua si misura nei luoghi in cui torna utile. Nelle scuole. Nelle storie. Nella musica. Anche nelle piazze dei paesi.
Qui sta il nocciolo dell’Academiuta Pasolini che rinasce: ridare concretezza a un’idea semplice e radicale. Si studia. Si prova. Si sbaglia. Si ricomincia. Non per museo, ma per vita quotidiana. E lo si fa nello stesso luogo, con la stessa umiltà della prima volta. L’immagine dei quaderni, delle voci che si rispondono, dei fogli che girano di mano in mano, racconta meglio di qualsiasi manifesto.
Casarsa non offre scenografie. Offre strade corte e tempo giusto per fermarsi a pensare. È lì che Pasolini pubblicò i suoi primi versi in friulano. È lì che l’Academiuta prese forma come cerchio aperto. Non era una “scuola” nel senso stretto. Era un patto: portiamo dentro le parole che sentiamo ogni giorno e vediamo che succede. Quel metodo, oggi, suona contemporaneo. Funziona nei laboratori di comunità. Funziona nelle aule dove si mescolano dialetti, italiano e lingue nuove. Funziona quando contano curiosità e rigore allo stesso tempo.
A metà di questa storia arriva la notizia attesa: per il 2026 la scuola riparte e le iscrizioni sono aperte. Gli organizzatori hanno annunciato l’avvio del percorso e invitano chi è interessato a manifestare il proprio interesse. Il programma dettagliato non è ancora pubblico. Non sono stati comunicati, al momento, calendario completo, corpo docente e eventuali costi. È previsto un aggiornamento nei prossimi mesi sui canali ufficiali del progetto e delle istituzioni locali. Questa prudenza non raffredda l’aria: anzi, dice che la costruzione è in corso, con cura.
Chi può candidarsi? Il profilo resta inclusivo: studenti, insegnanti, operatori culturali, scrittori in erba, lettori appassionati. Chiunque voglia misurarsi con la lingua friulana e con pratiche di scrittura e ascolto. Le indicazioni invitano a preparare una breve presentazione personale e a raccontare perché la scuola-laboratorio serve proprio ora. È una richiesta minima. È anche la più esigente: devi dire cosa chiedi a una lingua che magari non parli ancora, o che pensavi di avere perso.
C’è un fatto verificabile che spinge a provarci. Dove si sono attivati percorsi simili, i giovani hanno aumentato l’uso del friulano in contesti creativi e digitali. Podcast, reading, piccole riviste. Non servono effetti speciali. Serve una comunità che si riconosce e si allarga. Casarsa può riaccendere questa dinamica, con la forza del luogo e con l’autorevolezza di un nome che continua a generare domande.
Forse la scena più giusta per chiudere è semplice. Un gruppo entra in aula con zaini leggeri. Sul banco, un foglio bianco. Fuori, la pianura tira un vento discreto. Quale parola nasce per prima quando provi a dire casa, oggi, in friulano? La risposta non sta su Wikipedia. Sta nella voce che trovi domani. E nell’eco che lascerà.