Il Sindaco ai giovani: ‘Che la morte del ‘Guerriero’ non sia vana’

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SAN SEVERINO MARCHE – “Cari ragazzi vivete la vita, non giocatevela. Ma, soprattutto, interrogatevi su quello che accade ogni fine settimana. Fatelo anche per Matteo. Solo così il Guerriero non se ne sarà andato invano”.

Il sindaco di San Severino Marche, Cesare Martini, a pochi giorni dalla morte di Matteo Falistocco, il giovane scomparso in un incidente stradale alla vigilia del suo ventesimo compleanno mentre se ne stava andando a ballare con gli amici (LEGGI ARTICOLO), torna a lanciare un appello forte e fa proprio il pensiero di tanti settempedani. “La nostra comunità è stata scossa da questo e da tantissimi altri lutti. Le nostre strade troppo spesso si sono bagnate del sangue di tanti giovani. Vite spezzate, vite segnate, vite distrutte. Famiglie piagate da ferite che non si rimargineranno mai più. Dobbiamo tutti fare qualcosa. In questi giorni ho letto su Facebook i tanti post degli amici di Matteo e ho letto anche tante riflessioni che, in molti, mi hanno voluto far avere. Faccio proprio quella del professor Giammario Borri che si apre riprendendo una frase tratta dal libro “Un sasso per Danny Fischer” che recita “chi continua a vivere nel cuore di chi resta, non muore”. Anche io, come scrive lui, so bene che non vedremo più quegli occhi colore del cielo e del mare con i quali Matteo parlava da lontano, quel sorriso così genuino che inondava di gioia quando lo incontravi o colmava di gratitudine quando andavi da lui a riprendere l’auto così pulita nell’autolavaggio dove lavorava. Nella sua lettera aperta il professor Borri ricorda ancora “Matteo “il Guerriero”, il leader carismatico, eccellente in ogni disciplina sportiva e non solo, ci ha lasciati all’aurora del suo ventesimo compleanno. Era “il raggio di sole che ha illuminato l’infanzia di tanti amici” come hanno ricordato gli amici di Savignano. Egli è stato capace di coinvolgere una fiumana di gente di ogni età che ha invaso tutta l’area di S. Domenico e poi le strade, i vicoli, i marciapiedi, ogni spazio verde di San Severino lungo il percorso che lo ha accompagnato nell’ultimo viaggio. E dietro la bara una marea di amici con identica maglietta, canti, palloncini bianchi, fiori e lacrime, tante lacrime, che in tal modo si sono accomiatati dal Guerriero, il ragazzo umile, all’apparenza baldanzoso. Una scena d’altri tempi, già resa poesia nei poemi omerici, in occasione dei funerali di Patroclo, l’amico di Achille, o di Ettore, l’eroe troiano, se non dello stesso imbattibile Achille, accompagnato nell’ultimo viaggio dai suoi fedelissimi Mirmidoni. Con una differenza: quelle erano legende. La nostra, purtroppo, è realtà. So anche che quegli occhi, quel sorriso e quella sua carica interiore continueranno a illuminare il babbo Alberto, la mamma Luisa, il fratello Luca, i nonni, i parenti e i tanti amici, coetanei e non, che nel breve tempo trascorso con noi, è riuscito a conquistarsi. Anche quella sua energica volontà di voler realizzare subito i sogni, quella fiducia incrollabile nei suoi carismi, saranno di esempio per tutti, grandi e piccoli. Ma non è abbastanza e le parole servono a poco. E allora? Allora basta! Questa comunità non ne può più! E’ stato raggiunto l’apice. Come se non bastasse il male o la follia a strapparci i figli – Giorgio, Rossano, Greta, Rebecca, Mirko, Simone -, sono veramente troppi quelli falcidiati da incidenti stradali, talmente tanti in questi ultimi anni che non bastano le dita delle mani per contarli: Matteo, Marco, Silvia, Walter, Andrea, Manuel, Cristina, Alessio, Luca, Stefano e altri. Provate a fare una passeggiata nel cimitero e fate caso all’anagrafe: la media della durata della vita a San Severino è bassa, molto bassa, e questo perché tanti ragazzi muoiono giovani, la maggior parte di incidenti stradali. Ciò non rispecchia l’andamento naturale: si nasce, si cresce, si matura, si invecchia, si muore. Questa è la normalità. C’è dunque qualcosa che non va se a San Severino si nasce, si diventa maggiorenni e subito dopo numerosi se ne vanno come fiori schiacciati sull’asfalto delle strade o come boccioli di rosa recisi prima ancora di fiorire. Ora mi rivolgo a voi, giovani, ragazzi, amici, figli – è la voce di Giammario Borri che il sindaco, Cesare Martini, fa propria – Un figlio che ci lascia è uno strazio per i suoi genitori ma anche per i suoi amici e per tutti i genitori. Perché un figlio è anche figlio di tutti coloro che sono genitori e non solo. Ogni volta è una parte di noi che se ne va, un pezzo di cuore che si spezza. Ragazzi, la vita è tutto ciò che abbiamo! Intendo la vostra vita, la vita di ognuno di voi. Ora provate a porvi questa domanda, cattiva, perfida, atroce: chi sarà il prossimo? Riflettete un attimo in modo soggettivo. E chiedetevi: “E se fossi io?”. Capirete che a noi genitori non “basta stendere una mano al Cielo per avervi sempre con noi”. No, non ci basta. Noi vi vogliamo qui sulla terra, a casa. Magari vi rimproveriamo, non riusciamo a capirvi perché apparteniamo al Medioevo, scleriamo di giorno e, di più, di notte, ma solo per un motivo: perché vi vogliamo bene e vogliamo che vi realizziate, che siate felici. Siamo disposti a tutto, rinunciamo a tutto, anche alla nostra vita se necessario, per farvi coronare i vostri sogni, perché la vostra felicità è esattamente la nostra felicità, perché per noi genitori voi siete tutto: l’immenso, l’infinito. Un’ultima cosa: il sabato sera la vostra vita è solo nelle vostre mani e nella vostra testa. A volte i mezzi che usiamo non sono così perfetti come noi vorremmo e i nostri calcoli non sempre rispecchiano la realtà, specie se la mente è annebbiata. La vita – tornano a ripetere il sindaco e il professor Borri – è un dono immenso. È tutto ciò che abbiamo. Per piacere, abbiatene cura”.