L'Indiscreto Il Quotidiano Delle Marche

venerdì, 19 luglio 2019

Dal 27 al 30 gennaio sul sito di Mursia i nomi dei 23.826 italiani deportati nei lager nazisti

Il 27 gennaio, Giorno della memoria delle vittime della Shoah e delle persecuzioni nazifasciste, Mursia mette on line sul proprio sito www.mursia.com i i nomi e i dati anagrafici di 23.826 italiani (22.204 uomini e 1.514 donne) che furono deportati nei lager nazisti per motivi politici. Di questi 10.129 non tornarono. I nomi sono contenuti nel primo volume (in tre tomi) de IL LIBRO DEI DEPORTATI (Mursia, pag. 2554, euro 120 euro) risultato di una ricerca promossa dall’Aned, Associazione Nazionale Ex Deportati, diretta da Nicola Tranfaglia e Brunello Mantelli e svolta dai ricercatori del Dipartimento di Storia dell’Università di Torino (Francesco Cassata, Giovanna D'Amico, Giovanni Villari) che hanno lavorato sugli archivi ufficiali dei campi di concentramento, dei ministeri dell’Interno di Austria e Germania e della Croce Rossa incrociando le informazioni con gli elenchi dei deportati che in questi decenni sono stati ricostruiti e conservati sia da singoli deportati e dalle loro associazioni, sia da istituti storici locali.

Antifascisti della prima ora, partigiani, prigionieri di guerra ma anche criminali abituali detenuti nelle carceri italiane e consegnati dalla Repubblica di Salò ai tedeschi, asociali, politici ebrei, lavoratori civili emigrati in Germania, cattolici: per ciascuna di queste categorie nei campi di sterminio c’era una sigla di identificazione. 11.432 furono designati come 'Schutzhaftling' (deportati per motivi di sicurezza), 3.723 come 'Politisch' (in buona parte già presenti nel Casellario politico centrale dell'Italia fascista), 801 erano AZR, abbreviazione di “Arbeitszwang Reich”, ovvero 'asociali', categoria di solito attribuita ai criminali comuni e in alcuni casi a soldati imprigionati dopo l’8 settembre. KGF, “Kriegsgefangene” erano i prigionieri di guerra; BV, “Berufsverbrecher”, criminali comuni; altri ZA, “Zivilarbeit”, lavoratori civili; “Geistlicher”, religiosi; “Pol Jude” o “Schutz Jude” erano gli ebrei considerati anche oppositori politici.

Diversa la classificazione ma uguale il destino: schiavi del Terzo Reich, manodopera per le esigenze della macchina bellica di Hitler. Le morti furono, sul totale, 10.129, una percentuale vicina al 50%, che arrivò al 55% nel lager di Mauthausen. Fu tuttavia Dachau, con 9.311 persone, il luogo con il maggior numero di deportati politici; a seguire, Mauthausen con 6.615, Buchenwald con 2.123, Flossenburg con 1.798, Auschwitz con 847 e via via gli altri campi. Dall'incrocio dei dati, balza evidente il fatto che oltre il 25% dei deportati fu catturato in operazioni di rastrellamento: in 716 di queste – di cui si conosce la composizione dei reparti – ben 224 (il 31,3%) furono condotte unità militari o di polizia di Salò.

Il libro sui deportati politici – nato dalla volontà di due ex deportati, Bruno Vasari, sopravvissuto a Mauthausen e per anni presidente dell’Aned di Torino, che ha ideato il progetto di ricerca e da Italo Tibaldi che come responsabile della “Sezione ricerche” dell'Aned ha promosso il censimento dei deportati e la predisposizione del primo archivio – prosegue il lavoro che Mursia ha iniziato con IL LIBRO DELLA MEMORIA di Liliana Picciotto del Cdec, Centro di documentazione ebraica contemporanea, l’elenco con dati biografici di 8000 ebrei deportati dall’Italia e dal Dodecaneso. I nomi degli ebrei italiani vittime della Shoah sono da oggi on line sul sito www.inomidellashoah.it promosso dal Cdec.

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